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Storia
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Chiesa
di S. Rocco |
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Oggi
la chiesa di San Rocco è una delle architetture barocche tardo
– seicentesche più belle e più nobili del Piemonte, fastosa
e ricca di effetti chiaroscurali in facciata mentre la massa
della sua insolita, grande cupola e il campanile che gli sorge
accanto sono diventati elementi caratterizzanti del profilo
di Carmagnola al di sopra dei tetti. La chiesa di San Rocco
offre suggestive immagini di sé da vari punti della città.
Ma questa è, appunto, la situazione oggi. Occorre allora fare
un passo indietro, andare a quel tragico 1630 quando anche
Carmagnola fu sconvolta dalla spaventosa epidemia di peste
bubbonica che mieté un numero incredibile di vittime. In quei
terribili momenti, la Città di Carmagnola flagellata dal morbo
rinnovò il Voto all'Immacolata, come già aveva fatto nell'altra
pestilenza (quella del 1522), e commissionò i due dipinti
al "Fiamminghino" (ora custoditi nel Palazzo Municipale e
di cui esistono "repliche" ottocentesche nella Collegiata
dei Santi Pietro e Paolo). Il 16 agosto di quel 1630, dodici
carmagnolesi, guidati da Giò Francesco Fossati, si costituirono
in confraternita sotto la protezione, appunto, di San Rocco,
il Santo invocato nelle pestilenze e che era anche compatrono
della Città, per prestare soccorso agli appestati abbandonati
da tutti, per confortarli e assisterli spiritualmente. Vestivano
un saio azzurro con cappuccio. Finita l'epidemia della peste,
la Confraternita accentuò via via i caratteri di sodalizio
spirituale anche se non dimenticò mai i suoi impegni a carattere
sociale e umanitario indirizzando l'attività a favore dei
bisognosi, degli orfani e dei poveri. Il numero degli iscritti
alla Confraternita andò parallelamente aumentando nei decenni
perché potevano aderirvi tutti i carmagnolesi di sesso maschile,
cattolici, di buoni e retti costumi e che avessero almeno
sedici anni. Le donne non erano ammesse tra i confratelli
"ordinari" e potevano essere accettate soltanto come partecipi
delle grazie spirituali. Quattro anni dopo la fine della pestilenza
del 1630, la Confraternita di San Rocco eresse dunque il suo
primo oratorio, in Borgo Moneta, nella zona a Est della Città.
Non ne rimane traccia perché quell'edificio venne raso al
suolo dai francesi, nel 1640, per consentire la costruzione
del nuovo sistema di fortificazioni, del bastione e del fossato
collegati con Porta Moneta. Costretta a trasferirsi in Città,
la Confraternita trovò ospitalità in locali del convento di
Sant'Agostino e quella sistemazione provvisoria è dunque testimoniata
nel 1666 dal disegno del Morosino. Ma due anni più tardi,
nel giugno del 1668, i confratelli riuscirono ad acquistare
un terreno sul lato destro di via Valobra(nell'incisione del
"Theatrum Sabaudiae" compare un edificio civile che, se davvero
esistente, venne demolito). La facciata della chiesa di San
Rocco prospetta, dunque, su quello stesso lato. Già nel mese
successivo, affidato il progetto della loro nuova chiesa all'architetto
Francesco Lanfranchi, iniziarono i primi lavori di costruzione.
Il Lanfranchi aveva già fornito buona prova delle sue capacità
nella progettazione della chiesa annessa all'Eremo di Lanzo
Torinese. I lavori proseguirono tuttavia con molte difficoltà
e per qualche decennio vennero anche interrotti. Ancora nel
1699, la Confraternita chiedeva al Consiglio della Città di
poter utilizzare migliaia di mattoni recuperati dalla demolizione
dei bastioni e l'anno successivo potevano essere gettate le
volte di copertura. Tuttavia, soltanto nel 1745, con la posa
in opera del bellissimo portale barocco, San Rocco poteva
considerarsi terminata, almeno nelle sue linee generali, perché,
poi, i lavori proseguirono negli anni successivi per le decorazioni
all'interno della chiesa. Interessante rilevare che il progetto
originario del Lanfranchi non venne mai sostanzialmente modificato
nonostante il lunghissimo spazio di tempo passato per giungere
alla conclusione dei lavori.
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Chiesa
di S. Filippo |
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Ignoto
il nome dell’architetto di questo bell’edificio barocco. Probabilmente
con più di una ragione, è stato avanzato il nome di Francesco
Gallo o di un esponente di rilievo della sua “scuola”. La
prima pietra della nuova chiesa venne posta nel 1715 e l’edificio
sacro fu completato - anche con largo impiego di materiali,
soprattutto mattoni, provenienti dalla demolizione delle fortificazioni
- ventiquattro anni dopo, ma consacrato soltanto nel 1745
da mons. Porporato, vescovo di Saluzzo. La nuova chiesa, con
la sua splendida facciata, concludeva scenograficamente la
prospettiva da piazza Sant’Agostino, quasi a voler segnare
- insieme alla non lontana chiesa di San Rocco - l’avvio di
una consistente trasformazione urbanistica e l’ampliamento
dell’abitato di Carmagnola a conclusione della sua lunga funzione
di piazzaforte militare. Per l’interno della loro chiesa,
i Padri Filippini vollero un ambiente di contenuta sontuosità,
in linea con i canoni artistici del loro tempo, ma senza eccesso
di decorazioni: una grande aula che favorisse lo svolgimento
corale delle funzioni religiose e facesse coinvolgere l’attenzione
dei fedeli verso il presbiterio e l’altare maggiore. Dopo
l’abbandono da parte dei Padri Filippini, la chiesa è passata,
insieme all’ex castello, in proprietà all’Amministrazione
Comunale di Carmagnola e adibita a manifestazioni culturali.
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Casa
Borioli |
Al
n.1,di P.zza S.Agostino e quindi all'angolo con via Valobra,
si trova Casa Borioli, edificata nel XV secolo, ma sottoposta
negli anni a diversi interventi edilizi che ne hanno compromesso
l'aspetto originario. Memorie gotiche sono le due grandi cornici
di finestre ad arco acuto, realizzate con formelle in cotto
di raffinatissima fattura ad arco acuto, l'una sulla facciata
verso piazza S.Agostino, l'altra su via Valobra, entrambe all'altezza
del primo piano. Al piano terra, la Casa Borioli è aperta da
un portico a quattro campate con volta a botte e gli archi dei
portici, a sesto acuto, che poggiano su robusti pilastri leggermente
scarpati. Meno rilevante, in termini storico - artistici, la
porzione di isolato rimanente, anch'esso tuttavia aperto, al
piano terreno, da due arcate di portici. |
Il
centro storico |
La
"pianta" di Carmagnola disegnata da Giovanni Paolo Morosino
nell'estate del 1666, nella sua lucida e luminosa scansione
geometrica delle strade all'interno delle mura e delle fortificazioni
della Città, dà conto dell'esistenza di una arteria "principale"
che taglia in due, orizzontalmente, l'intero nucleo abitato,
da sud - est a nord - ovest. |
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